That’s why they call me Mr. Farenheit: Le accelerazioni di Yanis Varoufakis, dal diario di viaggio di un collega (per un giorno)

Yanis-Luigi
Con Yanis Varoufakis alle Officine Corsare il 17 marzo 2016.

Officine Corsare, Torino, ore 23. Sono seduto al fianco di Yanis Varoufakis, per suggerirgli all’orecchio la traduzione degli interventi di un dibattito sulla democrazia in Europa. Lui mi ascolta assorto, allungandosi di tanto in tanto sullo schienale e lasciando emergere, dalla gamba del pantalone, uno stivaletto di cuoio scuro. Poco prima, incamminandoci per il dibattito, ho invece colto la lunghezza, fino al polpaccio, del suo elegante cappotto. Nero pure quello. ‘Sembra Neo’ – penso tra me e me, immaginando la famosa scena di The Matrix, in cui il protagonista intuisce la matrice malleabile della realtà nel momento in cui schiva i proiettili dell’agente Smith, riuscendo a scorgerne la traiettoria con lucidità inusuale.

Ma Varoufakis condivide di più, con Neo, dell’eleganza dal sapore punk. L’economista greco – a Torino il 17 marzo per accettare il professorato honoris causa all’International University College [dove stavo svolgendo un incarico di docenza] – emana come l’eroe di The Matrix anche una certa aura prometeica. Quella di chi ha penetrato un ordine computazionale oscuro ed opprimente, e ne ha fatto ritorno restituendo all’umanità il fuoco della consapevolezza: quella del proprio persistente potere collettivo di dare concretezza a visioni alternative di mondi possibili. Fuor di metafora, Varoufakis ha dapprima passato anni a cimentarsi con le formalità esoteriche della matematica applicata all’economia.

L’ho fatto per scelta. Ho deciso che avrei imparato a usare la loro lingua meglio degli economisti stessi

– mi racconta a tu per tu, a margine della cerimonia di nomina a professore onorario. A furia di maneggiare quelle che potrebbero sembrare semplici incognite algebriche, Varoufakis ha sviluppato anche l’acume necessario a coglierne criticamente il senso, quali postulati intorno al funzionamento dei processi collettivi di produzione di ricchezza.

In matematica – spiega – senza continuità e convessità non sono possibili soluzioni determinate: per cui continuità e convessità vengono assunte a postulati. Questo consente di tracciare isoquanti [le curve che rappresentano diverse combinazioni di fattori produttivi, nda] lisci, in cui capitale e lavoro sono trattati come infinitamente sostituibili … ignorando in un sol colpo tutte le idee di Marx.

Con lo stesso metodo, Varoufakis ha sviluppato negli anni una critica ficcante della modellistica economica utilizzata per giustificare assetti finanziari e monetari, internazionali ed europei, altamente instabili. Egli la svolge in una serie di scritti tra cui spiccano, in italiano, Il minotauro globale (pp. 250, € 25, Asterios, Roma, 2012) ed il recente È l’economia che cambia il mondo (pp. 187, € 17, Rizzoli, Milano 2015). Al tempo stesso, questo filone di contributi ha tematizzato in maniera forse troppo limitante l’attenzione su Varoufakis, specie a fronte del suo trascorso ministeriale. Trovo più affascinante provare a imbastire qui una riflessione sulla traiettoria globale del suo pensiero, avvertendone la capacità di spostare i confini dell’immaginazione politica ‘di sinistra’.

E la traiettoria di Varoufakis vibra col boato gracchiante delle accelerazioni, come quelle del motore della sua ormai famosa Yamaha.

Il suo incontro con l’economia è in parte casuale. Al liceo, è attivo nel gruppo giovanile del PASOK guidato da Andreas Papandreou, al quale chiede una lettera di referenza per l’ammissione agli studi universitari in fisica teorica, in Inghilterra. Papandreou accetta di scrivergliela, a una condizione:

Non studierai fisica, ma matematica per l’economia. É la stessa matematica, con la differenza che se fai fisica nessuno ti prenderà sul serio politicamente

– racconta l’economista greco, assorto nei ricordi. A questo primo scatto, ne segue un altro, col quale Varoufakis sfonda la barriera della quantificazione, pilastro del formalismo economico. Se, infatti, molti economisti vedono un ostacolo – un rallentamento – nell’incapacità di trovare adeguate formulazioni quantitative per modellare la realtà, Varoufakis ne intuisce un’opportunità. Quella, cioè, di recuperare la dimensione qualitativa dell’agire economico; prendendo sul serio il paradosso dell’irriducibilità quantitativa – a descrizioni algebricamente chiuse – di gran parte delle attività di circolazione del valore socialmente prodotto. A questa dimensione, d’altronde, erano già attente le scuole ottocentesche di ‘politica economica’. É per questa via che Varoufakis ritrova infatti Marx, accelerando verso i limiti della galassia della quantificazione:

Per Marx, il lavoro prende due forme – mi suggerisce a titolo di esempio – quello che è quantificabile è il tempo di lavoro, che si compra e si vende a x ore per un salario y. Ma – aggiunge – il lavoro è anche input di un processo produttivo interno all’impresa, e quello che interessa al capitalista è la qualità di quel lavoro: questa dimensione esorbita dai parametri quantitativi dello scambio, facendo del mercato del lavoro piuttosto un terreno di contesa.

Lungi dal vedere nella dimensione qualitativa dei rapporti produttivi un limite negativo alla curiosità economica, Varoufakis preme di nuovo l’acceleratore per capire le potenzialità della creazione di valore che abbia luogo fuori da logiche mercificate. Pertanto, a seguito delle dimissioni da ministro, si prende un anno sabbatico, durante il quale studia, dall’interno, una società di videogame – la Valve – che lo aveva consultato per gestire le economie sorte nelle comunità di scambio virtuali tra i propri utenti. In quel contesto, Varoufakis produce osservazioni interessanti sugli ‘scambi impuri’, in cui cioè le transazioni esprimono una dimensione donativa che qualifica il rapporto tra le parti, resistendo ad una completa quantificazione in termini di profitto ed arbitraggio. Desideroso di affinare ulteriormente la propria comprensione di forme di produzione sociale non riducibili a logiche di mercato, Varoufakis si improvvisa infine etnografo della stessa Valve, descrivendone con ammirazione la sperimentazione organizzativa. A differenza del principio gerarchico che regge la produzione all’interno delle corporation, facendone dei piccoli feudi autoritari, Varoufakis racconta entusiasta di come Valve si regga sul principio dell’organizzazione spontanea, al punto da rendere necessario ‘de-programmare i nuovi assunti, abituati come sono ad ambienti gerarchici come la Microsoft.’

In conclusione, le accelerazioni di Varoufakis sembrano tracciare una traiettoria, di cui voglio azzardare una definizione. Il poliedrico economista greco sembra infatti essere passato attraverso la scienza economica, sviscerandone i limiti di metodo, per aprirsi a nozioni qualitative dell’agire economico, fino a interessarsi alle nuove forme organizzative che stanno nascendo, anche oltre la sfera del mercato.
A voler cogliere in questa traiettoria intellettuale pure l’espressione di una strategia politica, pare chiaro come Varoufakis non localizzi un orizzonte post-capitalista nel ritorno a forme semplificate del vivere assieme: ‘Non sono un hippie, né un luddista’ – precisa, a scanso di equivoci. Piuttosto, la ricerca dovrebbe essere proiettata in avanti, accelerando à la Varoufakis appunto, affinché le strutture limitanti della produzione capitalista vengano superate da nuove forme di organizzazione, tecnologicamente avanzate e democraticamente gestite, che rendano il vecchio gioco obsoleto. Posizione, questa, che non pare troppo distante dal Manifesto per una politica accelerazionista, di recente tradotto nel volume collettaneo edito da Matteo Pasquinelli, Gli algoritmi del capitale. Accelerazionismo, macchine della conoscenza e autonomia del comune (pp. 187. € 18, Ombrecorte, Verona 2014). Gliene accenno, e lui aggiunge affermativamente:

La storia è quello che succede quando la nostra inventività crea nuove macchine che scuotono le relazioni sociali di produzione. Come il motore a vapore ha scosso le società feudali, così il capitalismo non è al sicuro rispetto al progresso tecnologico … io vorrei che la tecnologia venisse anzi recepita più velocemente, ma nei binari di una direzione politica, così che non finiamo come Frankenstein, distrutti dalla nostra stessa creazione.

Non è, insomma, alla velocità che bisogna stare attenti, ma alla possibilità di incanalarne l’energia in direzioni partecipate. I wanna make a supersonic man out of you, potrebbe allora essere l’invito di questo Mr Farenheit del post-capitalismo. Sensibile al richiamo della terra che attende all’orizzonte, Varoufakis non sembra esitare ad accelerare verso di essa, se accelerare significa lasciare alle spalle la miopia quantificatrice del pensiero economico contemporaneo. E lo fa, accennando una rifondata estetica della modernità, che sia attenta a non ignorare l’inestricabilità della creazione di valore rispetto ai processi culturali, biologici ed ecologici che l’alimentano; oltre a istradare l’inventività collettiva verso una più sapiente – e democratica – arte della navigazione etico-politica. Se questo è l’invito, mi permetto di replicare con l’entusiasmo incuriosito del marinaio Lucio Dalla, che si riserva ai capitani coraggiosi salpati dai mari greci:

se ci fosse ancora mondo … sono pronto: dove andiamo?