Con passo «lento, silenzioso e accorto» … per perdersi a Sud

figli-di-annibale-meridionali cut2

Articolo parte della serie tematica Figli di Annibale.


Se si potesse infondere in un testo il ritmo e la profondità tonale del canto, e le immagini che questo è capace – anche solo acusticamente – di evocare, vorrei allora che una meditazione sul «perdersi», suscitata dal libro omonimo di Franco La Cecla, potesse essere partecipe dell’atmosfera delicata e dei dettagli vivi musicati da Gianmaria Testa, quando canta la diaspora di chi cerca un (ri-)ambientamento, attraverso la metafora de «I seminatori di grano».

Questo descrive il cantautore cuneese: un incedere «lento, silenzioso e accorto», di chi cerca «quello che non c’era» in uno spazio ancora sconosciuto, ma che popola i luoghi col proprio stesso passaggio, lasciandovi a sua volta qualcosa che prima era da essi assente, attraverso un procedere a passo felpato, con lo sguardo «assorto», e le mani «distese», rivolte agli elementi per stabilire un rapporto tattile, carnale con il teatro del proprio esplorare.

541
Vincent van Gogh, Six mains et deux semeurs (1890) Van Gogh Museum, Amsterdam

In questi gesti, e nella loro lentezza, è racchiusa – nel modo che solo i poeti riescono ad escogitare – l’essenza di quella cultura dell’abitare, cui è appunto dedicato il libro dell’antropologo La Cecla. Per «cultura dell’abitare» La Cecla non intende altro che quelle ritualità ed abitudini spesso implicite, attraverso le quali risulta possibile afferrare e condividere collettivamente la complessità del processo di entrare in contatto con i luoghi del proprio vivere. Per fare proprio un luogo, sostiene infatti La Cecla, è innanzitutto necessario coltivare una capacità di mediazione con l’eventualità del perdersi, del non essere in grado di trovare un orientamento quando vengono a mancare le coordinate del proprio ordinario abitare.

In tal senso, il lavoro di La Cecla si sviluppa in un’elegante evocazione dell’immanenza quale punto di vista imprescindibile, dal quale cominciare a «farsi strada» nell’alterità che – quantunque sembri assente – possiamo ritrovare dietro un angolo, così come in una repentinità o lentezza inattese, o semplicemente in uno sguardo. L’immanenza – lo stare dentro al mondo nel suo farsi – offre una guida più affidabile rispetto allo sguardo da fuori, o dall’alto, quasi a cercare di chiudere i luoghi in un bavaglio (architettonico, nell’argomentazione di La Cecla) che non li faccia più parlare.

Immanenza, nel caso dell’abitare, richiede allora un vero e proprio farsi corpo, un pensare sensibile, incarnato e spazialmente puntellato, che lui chiama «mente locale». La mente locale richiama dunque una comprensione dei luoghi coltivata in maniera intima e spesso ineffabile, attraverso quell’impercettibile processo (necessariamente collettivo) di imitazione/variazione che scolpisce gesti e corpi, facendone i portatori/innovatori della storia culturale di un determinato gruppo, prima che quei gesti e quei corpi possano essere descritti a parole, e perciò ad un livello pre-linguistico. Concetto, questo, che La Cecla esprime succintamente in questo passaggio:

La geografia del mondo non è un testo letterario, con buona pace di semiotici e comparativisti. Ridurre il paesaggio a storie [che lo raccontino] significa non essere capaci di toccarlo, di sentire l’irriducibilità della scala uno a uno, la sua tangibilità. I luoghi sono presenze, quindi hanno l’istantaneità e l’imprevedibilità delle presenza (p. 151).

Cosa c’entra tutto questo col Sud? A mio modesto avviso, moltissimo, per quanti abbiano curiosità di avvertire intimamente il significato dell’abitare il Sud, oggi, e non semplicemente di farne oggetto di discussione colta. Perché il Sud in quanto «abitato» é uno spazio fatto di pratiche, di gesti, di tentativi di codificazione culturale che – come ghiacciai in movimento – sono difficili da scorgere se non nelle tracce materiali e nei solchi che lasciano piano piano, ridisegnandone la geografia e il senso come luogo del restare, del tornare, del coltivare e del creare, dell’accogliere e dell’approdare.

È allora il processo fisico ed esperienziale di attraversamento, e non l’astrazione concettuale (esemplificata dall’inveterato dibattere intorno alla «Questione Meridionale»), che mi pare debba essere un passaggio prioritario, al fine di intercettare le forme e modi del Sud inteso non come confine di una mappa, ma piuttosto come «insieme di pratiche sociali: e cioè [come] tessuto organizzativo di fatti e possibilità» (p. 23) in costante evoluzione.