L’innovazione a Sud tra dono, nuove forme di organizzazione del lavoro e pratiche di cittadinanza attiva (seconda parte)

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Articolo parte della serie tematica Figli di Annibale.


Il «Forum del dono» é stato un incontro di due giornate (7 e 8 ottobre 2015) tenutosi presso l’Università «Federico II» di Napoli, sotto il patrocinio organizzativo del gruppo interdisciplinare di ricerca «A piene mani: dono e beni comuni». La prima giornata ha consentito di districare i termini di una triangolazione ricca di ambiguità e zone d’ombra: quella tra volontariato, lavoro e dono. In particolare, a titolo di brevissimo riassunto, é emerso in quella prima sede di discussione come l’assenza di una pattuizione retributiva ex ante – che ha tradizionalmente costituito l’argine tra lavoro e volontariato, con il secondo agevolmente incardinabile nel paradigma del dono – risulta oggi meno penetrante quale discrimine tra prestazioni per contratto e prestazioni che invece vivano all’interno dell’intreccio di reciprocità e del modus operandi proprio del dono. La precarizzazione dei rapporti lavorativi, la disoccupazione diffusa, la dismissione dell’intervento pubblico nel campo dei servizi alla persona e un modello di regolazione dell’attività privata modellato sulle strutture residenziali di accoglienza rischiano, infatti, di assoggettare il volontariato a comportamenti ed aspettative simili a quelli del rapporto di lavoro retribuito (in primis quella che la prestazione sia «dovuta», per esempio in virtù del riconoscimento di punteggi curricolari in sostituzione di una retribuzione monetaria), facendone in sostanza una versione minorata di quest’ultimo.

Alla luce di questi rilievi, la seconda giornata ha fatto da utile complemento al dibattito teorico del giorno prima, impostando la discussione a partire invece dalla narrazione di esperienze concrete. Esperienze, queste, che sono state raccontate direttamente dai protagonisti di quel fermento innovatore, che proprio nella zona grigia tra lavoro, volontariato e dono ha cominciato a scavare il solco di un nuovo modo di agire in comune. Concretamente, la maggior parte dei contributi costituivano esperienze raccolte e narrate da Stefano Consiglio e Agostino Riitano, con Alessia Zabatino, nel volume «Sud innovation. Patrimonio culturale, innovazione sociale e nuova cittadinanza» (Franco Angeli, 2015).

Partire dalla concretezza di esempi vivi ha consentito, in particolare, di smarcarsi dall’impasse che emerge tra le categorie analitiche di dono, volontariato e lavoro, mettendo a fuoco più semplicemente le soluzioni in grado di «[organizzare] la voglia di fare delle persone» (Stefano Consiglio). Soluzioni che, invero, si sono rivelate le più varie, e che mi limito a riassumere per punti e senza pretesa di esaustività:

  • un’associazione, «L’Altra Napoli Onlus», opera quale struttura di supporto e latamente di «incubazione» per altre cooperative, tutte operanti nell’area dei beni culturali;
  • il progetto «Tunnel Borbonico» si é sviluppato nel solco del federalismo demaniale: vale a dire della possibilità (invero non scevra da rilievi critici, come appuntato nel corso della giornata da Tomaso Montanari) che strutture abbandonate, ma con valenza storica, possano essere gestite da privati, in questo caso in forma di associazione. Nella fattispecie presentata da Gianluca Minin, la concessione gestionale ad un’associazione di volontari ha facilitato la necessaria mobilitazione di energie, per rendere nuovamente agibili e visitabili i tunnel di epoca borbonica che attraversano Napoli;
  • l’esperimento delle «Officine Culturali» di Catania, attraverso una convenzione con l’ateneo della stessa città, ha intrapreso una collaborazione finalizzata a curare – sotto un profilo culturale e di accessibilità – un complesso monastico altrimenti deputato alla sola attività didattica dell’università. Nelle parole di Francesco Mannino, é emerso come risulti difficile garantire, a chi svolga la propria attività in un’associazione di questo tipo, una copertura retributiva completa rispetto al lavoro svolto. Può dunque verificarsi, per esempio, che le formule contrattuali (come il part-time a ore) non coprano l’effettiva durata del contributo apportato settimanalmente. Francesco Mannino ha ugualmente aggiunto come, a suo avviso, questa discrepanza non venga culturalmente letta da chi – come lui – si trovi a farvi fronte, come una forma di «lavoro sommerso» (il «volontariato» come forma minore del rapporto impiegatizio di cui si é detto). Piuttosto – e in linea di sostanziale continuità con il pensiero articolato da Emma Ferulano de «La Kumpania» il giorno precedente – Mannino ha condiviso di rapportarvisi in un’ottica donativa: come un’offerta in nome della qualità del progetto, che miri a sostenerla, anche quale veicolo per potervi far derivare in futuro la possibilità di una piena soddisfazione reddituale.
  • L’«Ex Fadda» di San Vito dei Normanni, l’«Ecomuseo del Mare» di Palermo e l’«Asilo» di Napoli hanno quindi rappresentato (quantomeno per quest’osservatore) interessanti esempi di collaborazione con gli enti pubblici. Il primo, un ex stabilimento enologico tramutato in laboratorio culturale, é sorto attraverso il supporto del programma di politiche giovanili della Regione Puglia «Bollenti Spiriti». Il secondo si fonda invece su di un compromesso con l’amministrazione locale, che consente ad un’impresa sociale non-profit di curare un luogo altrimenti abbandonato, contribuendo tuttavia solamente un guardiano che apra e chiuda lo stabile. Infine, l’«Asilo» é un progetto nato a partire dall’occupazione di uno stabile sito nel centro storico di Napoli. L’occupazione ha successivamente lasciato il passo ad una sperimentazione a livello di gestione dell’immobile, e di relazioni con la comunità che su quel bene potesse e volesse radicare un affidamento. In particolare, esso costituisce oggi un accattivante laboratorio fondato sull’orizzontalità e sul consenso, incardinato intorno ad un’assemblea gestionale aperta al pubblico (e non solo ad una cerchia ristretta di persone), e fucina di elaborazione giuridica, attraverso un innovativo «regolamento d’uso civico», che ne rappresenta il tentativo attualmente più avanzato di conseguire un riconoscimento formale del processo in atto, di cura collettiva di un bene comune.
Forum del dono - Riflessioni conclusive
Riflessioni conclusive (da sinistra): Agostino Riitano, Francesco Bifulco, Stefano Consiglio, Tomaso Montanari e Alessia Zabatino

Nel solco tracciato da questi contributi si sono quindi innestate una serie di riflessioni conclusive. Per esempio, Francesco Bifulco – professore di Economia e Gestione delle imprese all’Università «Federico II» – ha provato a ri-appropriare la parola «business», come utile descrittore delle esperienze presentate. In particolare, egli osserva come in inglese «business» altro non significhi che impresa, e dunque formulazione organizzativa di una progettualità decentrata e dal basso. A suo avviso, pertanto, tutte queste esperienze inaugurano modi diversi e possibili di intendere l’imprendere, e ne ha quindi illustrato brevemente le peculiarità sotto i diversi aspetti della prestazione lavorativa, dei beni amministrati, delle fonti di finanziamento e della pianificazione e controllo dell’intervento. Tomaso Montanari, professore di Storia dell’Arte Moderna presso l’ateneo federiciano, ha elogiato le diverse esperienze, pur non mancando di rilevare come una chiave di lettura a suo avviso più produttiva debba essere non tanto quella di un loro spiegarsi in alternativa ad un intervento pubblico che si ritira di fronte al privato. Piuttosto, tutti questi esperimenti possono ugualmente costituire tentativi di ridefinizione delle modalità di intervento pubblico, in un’ottica di effettiva apertura alle comunità cui quell’intervento venga rivolto. In particolare, Montanari si é soffermato sull’importanza di rileggere l’ambigua nozione di «valorizzazione» del patrimonio culturale, intendendola non soltanto in termini monetari (come può invece rinvenirsi alla base di interventi di dismissione verso il privato, quale lo stesso federalismo demaniale discusso rispetto all’esperienza del «Tunnel borbonico»), ma soprattutto in termini culturali, vale a dire quale processo volto a rendere ampiamente fruibile la cultura da parte di un pubblico anche non specialista.

Hanno chiuso la seconda giornata gli interventi di Agostino Riitano e Alessia Zabatino, in quanto fautori entrambi del lavoro di raccolta ed elaborazione delle diverse esperienze presenti al Forum, nel testo «Sud innovation. Patrimonio culturale, innovazione sociale e nuova cittadinanza». Riitano si é soffermato sull’importanza della «virtù del cominciamento» esplicata attraverso i diversi esperimenti succedutisi nel corso delle due giornate. Virtù, questa, incarnata dall’iniziativa organizzativa che si esprime dal basso, e che consente infatti di superare – attraverso la pratica attiva – il rischio di fatalismo, ovvero l’asservimento della progettualità alla previa destinazione di fondi pubblici. Riitano ha quindi elucidato il proposito – in quanto co-autore del volume nel quale sono raccolte le diverse esperienze – di menzionare espressamente il Sud nel titolo, quale luogo dell’innovazione. Il Sud, infatti, si trova per Riitano alla convergenza di una serie di processi, quali – da un lato – un’ampia disponibilità di risorse culturali, sovente in disuso, e – dall’altro – un importante flusso di emigrazione «di ritorno», da parte di persone che abbiano acquisito competenze in giro per il mondo, e abbiano successivamente deciso di cercare nella rispettiva terra d’origine le risorse per incanalare ed esprimere la propria creatività organizzativa, andando a svolgere per ciò stesso un ruolo di «agenti di mediazione», impegnati ad inaugurare pratiche nuove in grado di beneficiare le rispettive comunità. Sul solco di questo spunto, Alessia Zabatino ha ulteriormente rimarcato l’importanza di pensare la sostenibilità dell’intervento «ri-generativo» dal basso in campo culturale, non tanto in termini di una sua valorizzazione turistica, ma piuttosto in funzione dei cittadini, e di chi dunque abiti i luoghi della cultura. Perché é proprio attraverso una progettualità così orientata che risulta possibile – continua la Zabatino – coltivare nuove forme di relazione in grado – aggiungo io – di trasformare radicalmente l’esperienza dell’abitare i luoghi, orentandoli come spazi di comunità. In tal senso, questo spunto offre forse il senso più profondo di quanto l’imprendere dal basso – nella declinazione innovativa, partecipativa e civica esemplificata dalle esperienze presentate al Forum – sia in grado di smarcarsi dalle difficoltà insite nella triade lavoro-volontariato-dono, nel momento in cui dia forma ad una riconoscibile aspirazione all’attivismo civico e sociale (Stefano Consiglio), e dunque alla trasformazione culturale dei luoghi e delle possibilità abitazione in comune degli stessi.


Merita una menzione – in chiusura – anche il rinfresco finale, a coronamento di due sessioni giornaliere impegnative, preparato da Pietro Parisi. Parisi é infatti un cuoco stellato, ritornato in Campania da Parigi. Nella sua terra natale, egli si é dedicato al recupero della cucina contadina e «di riuso» che aveva conosciuto nella propria infanzia, valorizzando esplicitamente le produzioni agricole stagionali e locali. Peraltro, con il pregio di aver resistito alla tentazione di «gourmettizzare» il cibo povero, ricercando con la politica di prezzo di mantenere un’ampia accessibilità.