L’innovazione a Sud tra dono, nuove forme di organizzazione del lavoro e pratiche di cittadinanza attiva (prima parte)

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Articolo parte della serie tematica Figli di Annibale.


Lavoro, volontariato e dono sono stati i termini di riferimento per una due giornate di studio dal titolo «Forum del dono»; opera di un consorzio interdisciplinare – il gruppo di ricerca «A piene mani: dono e beni comuni» – presso l’Università «Federico II» di Napoli. È intorno a queste tre categorie – e alle tensioni che ne animano il reciproco rapporto – che si è dipanato il tentativo di aprire una riflessione ed una interrogazione collettiva, la quale fosse in grado di abbracciare in qualche maniera la multiforme realtà di pratiche organizzative dal basso, e perciò vicine ad una sensibilità movimentistica, che fanno del Mezzogiorno d’Italia un laboratorio all’avanguardia ed un osservatorio privilegiato del mutamento sociale.

Lavoro, volontariato e dono costituiscono poli per molti tratti incompatibili, come appurato nel corso della prima delle due giornate su cui si è svolto il Forum (7 e 8 ottobre 2015). Si pensi – come sottolineato in apertura da Mario Rusciano – come il rapporto di lavoro presupponga, per definizione, una retribuzione che può apparire in diretta contrapposizione rispetto alla rete di reciprocità indirette, e di simmetrie differite nel tempo, che caratterizzano le economie del dono. Al tempo stesso, proprio per quella che può apparire a prima vista come una fondamentale alterità del dono rispetto al rapporto di lavoro, il primo costituisce un utile strumento euristico, un «reagente» che, come una cartina tornasole, consente di rivisitare sotto una luce nuova – e dunque di interrogare efficacemente – categorie altrimenti date per scontate, ancorché esse orientino in maniera decisiva il pensiero e la prassi (Ugo Olivieri). A questo suggerimento fa allora eco, per esempio, l’osservazione di Lorenzo Zoppoli, giurista e già autore di un’esplorazione del rapporto tra dono e rapporto di lavoro sulla rivista «Il Tetto». In particolare, questi rileva come una dimensione donativa possa invece rinvenirsi in costanza di rapporto di lavoro retribuito, attraverso la modulazione della qualità della prestazione in tutta una serie di aspetti difficili da specificare contrattualmente. In questa accezione, in particolare, la dimensione donativa si rinviene comunemente nell’apprezzamento di qualità quali l’elevata «professionalità» o «attenzione» mostrata dal lavoratore nello svolgimento delle proprie mansioni. Questa dimensione, tuttavia, risulta minata con tutto il rapporto di lavoro, ove esso venga intaccato nella sua stabilità attraverso una pervasiva precarizzazione dell’impiego.

È, infatti, proprio questo indebolimento della cornice di stabilità dei rapporti a tramutare la possibile compenetrazione tra lavoro e dono in una zona di frontiera, se non addirittura di conflitto. Se la presenza o l’assenza di una pattuizione retributiva hanno costituito un possibile discrimine tra prestazione lavorativa e dono, questa possibilità di discernimento è venuta ad indebolirsi, di pari passo con l’affievolirsi delle garanzie per il lavoratore; questo affievolimento, a sua volta, si rivela massimamente nelle tinte di forte ambiguità che ammantano oggi la categoria del volontariato. Cosicché non è infrequente che il percorso di volontariato possa oggi essere intrapreso nello spirito, quello di un esplicito do-ut-des, tipico di un rapporto di lavoro retribuito (ove la retribuzione non assuma tanto termini monetari, quanto piuttosto carattere reputazionale e di punteggio curricolare), uscendo pertanto dai parametri di riferimento più propri dell’economia del dono (Marco Musella). Questo tipo di ambiguità è ulteriormente esacerbato non solo dalla precarizzazione del lavoro, ma anche da altri fattori – suggeriti da Paola Saracini – quali:

  1. la presenza di una disoccupazione diffusa che tramuta il volontariato nell’offerta di una prestazione percepita come «dovuta», al fine di ottenerne l’auspicata formalizzazione in un vero e proprio rapporto contrattuale e
  2. la progressiva delega a privati di prestazioni socio-assistenziali precedentemente svolte dallo Stato, con conseguente creazione di un campo di attività nel quale si confrontano imprese private con associazioni di volontariato, e con il rischio di reciproca contaminazione a livello organizzativo.

Su questo secondo aspetto va rilevata l’ulteriore perplessità espressa da Dario Stefano Dell’Aquila, relativa all’adozione di un modello «sanitaristico» di regolazione (pubblica) dell’iniziativa privata nel campo socio-assistenziale, che pone degli ostacoli talvolta non necessari a forme di organizzazione dal basso fondate sulla reciprocità e sull’orizzontalità. Emblematico il caso del tentativo di creazione di una sorta di «banca del tempo» tra madri, per accudire la reciproca prole, e della richiesta rivolta a costoro in merito al possesso di specifiche qualificazioni pedagogiche, trattando una rete di scambio orizzontale alla stregua di una struttura residenziale.
La combinazione di queste spinte – precarietà, disoccupazione, outsourcing dal pubblico al privato e conseguente professionalizzazione organizzativa – rischiano, come osserva ancora Lorenzo Zoppoli, di assorbire e finalizzare ogni forma di dispiegamento di energia lavorativa verso il modello organizzativo dell’impresa privata, e dell’impiego presso la stessa, riducendo il volontariato a una forma surrogata di quello stesso paradigma, staccata dalla dimensione del dono. Si assiste, insomma, ad un attacco alla «biodiversità» delle scelte di vita possibili, consacrando l’impresa privata come visione della normalità, e fonte esclusiva di controllo della vita del lavoratore.

Alla luce di questo reticolo di difficoltà, le testimonianze esperienziali che hanno proseguito il dibattito sono state capaci di proporre efficaci suggerimenti per possibili percorsi alternativi, al fine di trovare spazi – anche concettuali – adeguati per comprendere e descrivere il proliferare di spinte organizzative e nuove forme di imprenditorialità «dal basso». In particolare, il paradigma della cittadinanza attiva, e della cura dei beni comuni, costituiscono una possibile «linea di fuga» rispetto alle ambiguità in cui rischia di perdersi l’economa del dono, schiacciata dalla compressione dello spazio tra volontariato e lavoro retribuito. Osserva, ad esempio, Chiara Ciccarelli del Centro Territoriale «Mammut» di Scampia, come sia importante recuperare anche una dimensione del volontariato quale forma di attivismo politico, in grado di aprire un passaggio dall’indignazione all’agire sul campo, e dunque come momento di soggettivazione collettiva. Le fa eco Emma Ferulano dell’impresa sociale «La Kumpanìa» di Scampia, che suggerisce anzi di abbandonare il termine «volontariato», sostituendolo con quello di «auto-finanziamento»: una scelta, questa, che mette in risalto l’aspirazione ad una elevata qualità culturale e programmatica dell’attivismo civico, incanalato nella forma dell’impresa sociale, e che legittima pertanto una sperimentazione a livello di soluzioni gestionali, al fine di consentire il raggiugimento di una sostenibilità economica a chi se ne faccia assiduamente partecipe (per esempio, attraverso forme di sussidio indiretto tra attività diverse, quali produzione culturale e piccola ristorazione). Sulla scorta di questi interventi, Giovanni De Stefanis osserva, richiamando la studiosa Laura Pennacchi, l’importanza di incanalare nel solco del modello culturale del dono le diverse forme di attivismo spinte da una motivazione di cura dei beni comuni, e anzi di incubare attraverso di esse un vero e proprio modello di sviluppo alternativo a quello neoliberista. Il dono, in particolare, articola una prospettiva relazionale/ecologica (anziché atomistica/contrattuale), e suscita una sperimentazione con modelli organizzativi diversi che consentano al lavoro di esprimersi attraverso (e non in antitesi con) il paradigma donativo, recuperando così una dimensione più schiettamente etica dell’agire collettivo (Caterina Arcidiacono).