L’ecologia del diritto: il Sud come laboratorio di pluralismo giuridico?

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Articolo parte della serie tematica Figli di Annibale.


Per lungo tempo, specie nei miei trascorsi da studente di giurisprudenza, ho pensato di poter rispondere con certezza alla domanda: «Quali sono le fonti del diritto?». Le fonti del diritto – leggo da una copia ormai datata del mio manuale studentesco di diritto costituzionale (R. Bin & G Pitruzzella, Diritto costituzionale, Torino: Giappichelli 5 ed.), uno dei testi da cui derivavo la sicura convinzione di un tempo – sono quegli

[atti o fatti abilitati] dall’ordinamento giuridico a produrre norme giuridiche, cioé a innovare l’ordinamento giuridico stesso (p. 275).

Ovviamente, i due autori non mancano essi stessi di rilevare la circolarità del ragionamento: se é l’ordinamento giuridico a definire ciò da cui viene prodotto, si cade infatti in un loop. Più nello specifico, questa spiegazione si regge su di un a priori, quello dell’esistenza di un ordinamento giuridico che sia dunque in grado di regolare autonomamente lo statuto delle proprie fonti. Tramite questo postulato, tuttavia, risulta oscurato un processo – vale a dire l’affermarsi di un particolare modello centralizzato di produzione giuridica – che richiede invece una ricognizione storica.

Mi sorprende, anzi, come solo adesso io sia arrivato a stupirmi con veemenza di questa circolarità che, al contrario, non mi turbò affatto per molti anni. Ma la mia sorpresa arriva solo fino a un certo punto: l’indifferenza da studente di giurisprudenza mostra anzi come parte dell’habitus professionale del giurista-tecnico consista proprio di simili invisibilità strategiche. Vale a dire di assunti teorici sui quali reggere la finzione (teoricamente debole, quantunque produttiva di conseguenze materiali per la pratica e la politica del diritto) che il diritto costituisca appunto un sistema di regole chiuso, per il quale possa dunque ritenersi valida la pretesa di definire da sé i termini del proprio cambiamento, senza il rischio di venire superato o intaccato dalla materialità dei corpi che animano lo spazio.

L’ecologia del diritto

Alla luce di questo spunto, l’ultimo libro di Fritjof Capra e Ugo Mattei, The Ecology of Law [L’ecologia del diritto – per ora pubblicato solo in inglese, ma del quale auspico una pronta traduzione in lingua italiana] può intendersi allora come un’approfondita meditazione che prende invece sul serio questo tipo di interrogativo, senza glissarvi sopra al fine di proseguire con l’«addestramento» di tecnici del diritto. Piuttosto, Capra e Mattei restaurano a partire a questo interrogativo la possibilità di localizzare nei corpi – in tutti i corpi: umani e non umani – e nel loro modo di abitare lo spazio i veri fulcri di una produzione giuridica vernacolare (che é un altro modo di dire «dal basso»), la quale va a loro avviso riscattata dalle terse astrazioni e dalle invisibilità cui risulta relegata nei manuali di diritto.

In breve, in un lavoro marcatamente innovativo, Capra e Mattei offrono uno studio «in parallelo» dell’evoluzione del pensiero scientifico e di quello giuridico. Da questa storia sinottica delle due forme di indagine si evince una graduale emersione di un paradigma meccanicistico, che subordina il vivente a regole astratte – alle quali il primo «ubbidisce», ma che non contribuisce autonomamente a generare. Nel campo scientifico, si assiste così al passaggio da una conoscenza votata a intuire la spontanea produzione di forme organiche, di cui si fecero portatori Goethe e Leonardo Da Vinci, a un discorso imperniato intorno a supposte «leggi di natura», perfettamente incarnate dalla meccanica Newtoniana. Parallelamente, per quanto concerne il pensiero giuridico, Mattei e Capra osservano un movimento verso l’accentramento e l’astrazione (nello stato nazionale) di un potere normativo altrimenti inteso nel Medioevo quale fenomeno pluralistico, pulsante in maniera diffusa nella società, e mediato dal movimento, dalla resistenza e dal reciproco accomodamento dei corpi nello spazio.

Eppure, nell’evoluzione del pensiero scientifico – a partire dall’inizio del ventesimo secolo – ha lentamente cominciato a farsi largo una sensibilità ecologica. Questa colloca l’ordine nuovamente nell’immanenza del vivente, descrivendo «la forma» come un fenomeno complesso che emerge spontaneamente e si definisce nel suo stesso svolgersi. Al contrario, osservano Capra e Mattei, nel pensiero giuridico questo processo non é ancora propriamente iniziato. Anzi, attraverso una polarizzazione dell’immaginazione giuridica intorno alle due alternative della proprietà privata (garantita dallo stato) e della produzione normativa subordinata al monopolio di istituzioni statali, il «diritto» agisce sul mondo quale forma astratta imposta dall’esterno, e impegnata a costruire corridoi normativi nei quali fissare e costringere il movimento del vivente (anche a costo, come nel caso della crisi ecologica in cui viviamo, di minarne la stessa capacità di riproduzione).

Ne L’ecologia del diritto Capra e Mattei scandiscono pertanto il bisogno di trasformare la produzione giuridica da apparato estrattivo a processo generativo, in grado di sostenere e riprodurre la vita. Ed é allora necessario, perché questo avvenga, che si recuperi proprio un senso dell’irresistibile pluralità dei centri di produzione normativa – potenzialmente tutti i corpi, nel loro reciproco coordinare forme di abitazione collettiva dello spazio. In radice, pertanto, l’«ordinamento giuridico» sarebbe da identificare meno con un catalogo di fonti scritte su di un pezzo di carta, e piuttosto come un mutevole campo di forze sociali e materiali dalla cui combinazione possano sorgere equilibri e forme del vivere comune.

Questo nuovo modo di vedere l’innovazione giuridica come possibilità diffusa nella società pone dunque la categoria dell’«uso» – vale a dire della pratica collettiva, validata dal tempo e dall’esperienza – come autentica fonte del diritto (in tal senso, anche l’ubbidienza al diritto di stato sarebbe, in ultima istanza, un comportamento collettivamente coordinato che ha nei corpi la propria fonte di legittimità, quantunque questi possano discorsivamente giustificarsi tra di loro evocando «l’ubbidienza» a un ordine costituito). E la produzione di vero e proprio diritto attraverso l’emergere di nuovi «usi» ottiene, nel lavoro di Capra e Mattei, una nuova visibilità nella pratica del commoning, vale a dire del riconoscimento di «beni comuni» (da parte delle comunità che attorno ad essi contestualmente si assembrino), e di regole intorno al loro utilizzo condiviso.

Il commoning come possibile fil rouge dell’innovazione sociale a Sud?

La nozione di commoning consente di intercettare inoltre molte delle sperimentazioni che vivono anche a Sud in questo momento, e che hanno come tratto comune quello di riconoscersi in forme organizzative votate ad affermare veri e propri assetti innovativi della vita in comune. Si pensi, come emerso soprattutto nella seconda giornata del Forum del Dono, a tutti quegli interventi che mal si conciliano – se non in termini di estrema ambiguità e in misura comunque insoddisfacente – con il paradigma del volontariato, essendo animati piuttosto da una visione civica orientata alla cura di «beni comuni» e, in tal senso, che aspirano a ri-tracciare il senso stesso dell’abitazione collettiva di un medesimo spazio.

Un esempio più specifico, tuttavia, voglio abbozzarlo, in quanto mi pare si coniughi molto felicemente con il discorso svolto da Mattei e Capra. Mi riferisco all’esperimento di gestione collettiva aperta intrapreso all’interno de l’Asilo, a Napoli. Esperimento, questo, che non saprei definire altrimenti che come catalizzazione di una comunità d’uso intorno a processi di produzione culturale resi possibili dalle strutture dell’ex «Asilo Filangieri», un antico stabile sito nel centro di Napoli. In un pezzo interessante sul tema, il giurista Giuseppe Micciarelli («Pratiche di commoning nel governo dei beni comuni: il caso dell’ex Asilo Filangieri» in Il Tetto, 2015, iss. 306-307:92-95) osserva infatti come gli interventi che, come nel caso dell’Asilo, danno forma al concetto di commoning si distinguono in virtù del loro:

[usare] la grammatica del diritto in modo inedito: non per chiedere nuovi diritti o per agire rivendicazioni sul piano vertenziale, ma per rafforzare, e rendere riproducibili, gli spazi di libertà che riescono a conquistare nelle loro dinamiche di conflitto.

In altre parole, l’Asilo non configura soltanto il recupero di uno spazio sotto-utilizzato, individualmente inteso. Ma mira espressamente – e in tal senso costituisce la punta di diamante della sperimentazione in tema di politica del diritto – a incardinare il processo di normazione e gestione a livello di comunità d’uso, sviluppatosi in questo caso intorno all’edificio dell’ex «Asilo Filangieri», quale fonte di produzione giuridica dotata di una propria dignità e, specificamente, quale «uso civico metropolitano di un bene comune».

In tal senso, insomma, l’Asilo costituisce a mio avviso un’esemplificazione estremamente chiara del cambiamento auspicato da Mattei e Capra, a livello di fonti del diritto, restituendo alla vita materiale delle comunità il potere di amministrare – e dunque latamente di «normare» – gli spazi nei quali si svolge e si riproduce la propria vita. E’ proprio intorno a questo fulcro di possibilità nuove per l’agire collettivo, possibilità che il caso dell’Asilo illustra in maniera evidente, che mi sembra di poter dunque scorgere nel Sud un potenziale quale laboratorio di riabilitazione pratica del pluralismo giuridico. Pluralismo, che dell’«ecologia del diritto» costituisce per Capra e Mattei un tratto tanto fondamentale, quanto trascurato dalla pratica giuridica, ove essa venga intesa invece come tecnica d’élite.