Quando è la Questione Meridionale a venir messa in questione

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Articolo parte della serie tematica Figli di Annibale e redatto con l’assistenza di Giovanni Travaglino.


Allorché si sente parlare di «Questione Meridionale», il paziente giace già pronto sul lettino: un Sud malato, socialmente arretrato, zavorra dello sviluppo nazionale e intriso di criminalità. A fronte di questa diagnosi, frotte di esperti vengono di volta in volta invitati ad elaborare piani di cura che si spera possano funzionare. Mettere in discussione la «Questione Meridionale», allora, equivale a compiere un lavoro che rechi l’impronta della genealogia à la Foucault: una minuziosa disamina tesa a capire «l’appazientamento» del paziente, il suo farsi paziente solo all’interno di un ospedale al cui interno possa essere assimilato. Questo capovolgimento di prospettiva, volto a problematizzare la comprensione del Sud attraverso una lente totalizzante e limitante – come quella della «Questione Meridionale» – riassume il tracciato della discussione intrapresa da un nuovo gruppo di lavoro presso l’Università del Kent (Regno Unito).

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Il 4 settembre 2015 si è infatti tenuto presso la medesima università il simposio «Cambiamento, resistenza e azione collettiva nell’Italia meridionale», organizzato da due ricercatori campani impiegati presso l’ateneo inglese – Maria Ridda e Giovanni Travaglino – e finanziato dalla International Society of Political Psychology e dall’Interdisciplinary Network for Social Protest Research (INSPR). Il fil rouge dei contributi discussi in questa sede è stata proprio una disamina critica dell’utilità di una nozione come quella di «Questione Meridionale» per apprezzare la complessità storica e sociale del meridione d’Italia. Da un lato, disparità a carattere regionale si riscontrano in molti paesi europei, ma in Italia confluiscono in una narrazione, quella intorno alla «Questione Meridionale» (Jim Newell), che rischia di imprigionare la discussione di questi problemi all’interno di un particolarismo incapace di cogliere la traccia di processi storici più ampi e diffusi: da una sostanziale continuità del «colonialismo interno» italiano con altre istanze di espansione coloniale, come quella francese in Algeria (Iain Chambers), alla trasformazione del regime produttivo a livello globale, del quale si fanno terminali nuove precarietà e disagio sociale – non solo al Sud (Victoria Goddard), al fenomeno mafioso che, da sintomo di un’arretratezza specificamente meridionale quale è stato sovente descritto, può essere riscoperto criticamente come una forma di organizzazione economica altamente flessibile e differenziata (Felia Allum), per finire con il ricollocare la complessità degli stessi spazi urbani di città come Napoli secondo nuove possibilità di comparazione (Maria Ridda). In tutti questi casi, insomma, il meridione d’Italia può inserirsi in nuove costellazioni spazio-temporali che, cambiando i termini di riferimento, alterano profondamente le possibilità di comprensione e di intervento (Saverio Stranges). In particolare, il divincolarsi dalla costruzione etico-politica identificata dalla «Questione Meridionale» legittima uno sforzo analitico e comparativo più ampio, in base al quale poter comprendere il Sud non più come luogo di una socialità «geograficamente specifica», e dunque altra ed incommensurabile, quasi fosse in perenne stato d’eccezione, ma come teatro analizzabile alla stregua di ogni altro terreno di azione collettiva (Giovanni Travaglino), e dirigendo l’attenzione alla sua particolare traiettoria evolutiva, a partire proprio dalla produzione della «Questione Meridionale» all’interno della storia del processo unitario (John Davies).

I contributi del convegno sono destinati alla pubblicazione in un volume collettaneo di prossima pubblicazione – in lingua inglese – con la casa editrice Routledge. Video e filmati saranno disponibili a breve sul sito http://inspr.eu/gallery/.